Hanno detto

… era  un  arrampicatore  nato.  Subito  si  distinse per  l’ ardire,  la  pacatezza,  la  sicurezza,  l’ eleganza  dello  stile.   Dopo  pochissimi  anni  di  preparazione,  già  nel  1935  lo  vediamo  impegnato,  come  capo  cordata,  in  salite  di  V  e  VI  grado…Prof. Lorenzo Pezzotti  -  Le Alpi Venete  -  n.1 -1949

… ho  letto, non Le nascondo,  con  particolare  commozione,  quanto Lei  ha  scritto  in  ricordo  del  nostro  indimenticabile  Socio  Umberto  Conforto…Corrispondenza  del Conte  Ugo di Vallepiana  al Rag. Goliardo Dal Corno - 14 Luglio 1971

... ma Croda cosí amavano chiamarlo, vinceva per volontá, per capacitá tecniche, ma anche per amore, giacché egli amava non il gesto atletico ma il senso  vivo  dell’ alpinismo, quello che dà vita ad  una specifica aristocrazia dello spirito.  Solo la fusione equilibrata di sensibilità e muscoli,  d’ intelligenza ed ardimento, di serenità ed intuizione,  riescono a mettere lo spirito umano nel momento di grazia necessario a dare  all’ individuo  il  coraggio di affrontare le vertiginose pareti.  Tutto  ciò  Croda lo sentiva e lo viveva…Anonimo - 1949

…ma meglio di ogni elenco di ascensioni, vale il ricordo del suo modo di arrampicare, la sua sicurezza, la sua eleganza, la sua rapidità, sintetizzata dal giudizio di un amico : "molti sono bravi, alcuni sono bravissimi, ma Conforto non sembra più vincolato dalla forza di gravità…" Ing.Franco Bertoldi - Congresso Nazionale CAAI del 1991 - Rinnovo del ricordo su invito del Presidente.

 

Parole  di  cordoglio  pronunciate dal Prof. Lorenzo Pezzotti davanti alla salma di Umberto Conforto,  il giorno 15.2.1949 alle ore 10.30

La famiglia del CAI ha desiderato che il pietoso e doloroso ufficio di porgere il saluto estremo alla salma di Umberto Conforto fosse assolto dal vecchio Presidente della Sezione, dal vecchio capo del vecchio gruppo rocciatori, dal vecchio amico, così che ora voi vedendo qui ai piedi della bara un uomo che ha già varcata la soglia della vecchiaia, sentirete più vivo il dolore, più cocente il raccapriccio, per la disgrazia fulminea che ha stroncato un uomo nel fiore della virilità. Dolore stupito, direi incredulo; raccapriccio cocente, quasi pervaso di un senso di ribellione contro la sorte che fu non soltanto crudele, ma anche malvagia, ma anche beffarda, perché il fortissimo scalatore tante e tante volte aveva sfidato la morte sospeso, quasi librato sull’abisso; il combattente aveva sfidato tante volte la morte tra i pericoli e le insidie della guerra clandestina, e tutte le volte la morte che egli aveva guardato francamente, fieramente in faccia, lo aveva risparmiato. Ma volle vendicarsi ora; ora che Egli, tutto dedito al suo lavoro, alla sua famiglia, pure coltivando ancora, con l’usata maestria, l’alpinismo militante, aveva temperata l’audacia, aveva limitato il rischio, sacrificando l’esuberanza della sua passione ai doveri di buon marito e di buon padre.  Ma la morte lo attese al buio, come in agguato. Lo colse alle spalle, lo colpì a tradimento, lo abbattè a terra con una zampata. L’uomo che aveva salito vittorioso tante cime svettanti nell’azzurro, fu buttato come un fagotto di cenci sull’asfalto di una strada.  A casa, Berto, ti attendevano ignari, sereni, i tuoi cari. Ti attendeva la buona compagna della tua vita, che ti amava e che tu amavi e che ora non saprà capacitarsi di essere vedova. Ti attendevano i tuoi figlioletti, la letizia del papà, la gioa del papà, l’orgoglio del buon papà: i due innocenti già ghermiti dalla mano della sventura. Il piccolo Paolo, che chiederà: ” mamma, cosa vuol dire orfano ?...!”  La piccola Maria che domanderà con la sua vocina: “ mamma, perché non il torna papà?...!” Ma sono inutili le recriminazioni, sono inutili le rampogne alla sorte, inutili le parole. A che servono le parole? Di fronte a tanta sventura noi chiniamo il gagliardetto. Di fronte ai supremi voleri noi dobbiamo chinare la fronte. Non vedremo più, caro Berto, la tua aitante figura, il tuo buono e schietto sorriso: ma tutti coloro che sentono il bisogno di salire ogni tanto in montagna per ritemprarsi nella serenità delle altezze, nella pace, nell’augusta bellezza della natura, tutti quelli ti sentiranno ancora vicino.Tutti sentiranno che se il tuo frale riposa sotto il peso della terra, il tuo spirito immortale aleggerà ancora nei luminosi cieli dell’Alpe. Ora il nostro caro amico ha compiuto la suprema ascensione, è salito molto più in alto, è salito fino a Dio, spazia nel mondo  “ che solo amore e luce ha per confine “…Noi ricorderemo in lui i pregi della mente, dell’intelletto, del carattere. Ricorderemo i suoi meriti di cittadino, di lavoratore affezionato del suo lavoro, di combattente della guerra di libertà, dell’alpinista valoroso che fu orgoglio della nostra Sezione, vanto dell’alpinismo italiano, lustro dell’alpinismo di tutte le nazioni e di tutti i tempi. Ma ricorderemo di Lui specialmente la bontà perché fu un forte, un valoroso, un grande nel suo campo e come tutti i veramente forti, come tutti i veramente valorosi, come tutti i veramente grandi Egli fu anche veramente buono. Di questa verace bontà il mondo è ora assetato. Fra tanto ribollire di odi e perpetuarsi di vendette noi segnaliamo ed onoriamo il tuo esempio. Tu sei ancora dei nostri, Tu sei ancora in cordata con noi. Non è più fatta di fili di canapa la corda che ci lega, ma dei fili d’oro dell’amicizia, dell’amore incorruttibile, del ricordo della tua bontà e ricordando la tua bontà avremo maggiore forza per dire:  vogliamo bene!  Con questa invocazione onoreremo la tua memoria. Umberto Conforto, compagno nostro, amico, caro amico nostro: addio!