MARMOLADA VIA CONFORTO BERTOLDI

Parete Sud della Marmolada d´Ombretta

Pochissime imprese di primaria importanza hanno avuto come questa l’impronta della decisione improvvisa e dell’esecuzione fulminea; l’azione fece seguito all’ideazione sì immediatamente che noi stessi fummo i primi ad esserne meravigliati, riandando poi col pensiero alla formidabile parete vinta e alle grandissime difficoltà superate.  Ambedue bene allenati fino dalla primavera e particolarmente Conforto avendo parecchie volte provato le forze su alcune durissime pareti delle Dolomiti del nostro Alto Vicentino, qualche volta si era accennato ad una eventuale spedizione assieme: ma veniva l’Agosto senza aver nulla deciso; l’antivigiglia di Ferragosto ci troviamo. Non è però facile trovare oggi nelle Dolomiti problemi veramente importanti e risolverli nel giro di pochi giorni; dopo aver prospettate e scartate varie proposte, accenno alla Marmolada; è una mia idea vecchia di qualche anno, maturatasi ripensando alla lunga e compatta bastionata che ne costituisce la parete Sud fra la Punta di Rocca e la S-cesora, e riconfermata leggendo nella splendida Guida di Castiglioni, parole ammirative per le sue alte pareti ancora inviolate, quantunque la precisazione “grandi placche grige e levigate, rigonfiamenti, gibbosità arrotondate e giallastre, roccia saldissima ma così compatta e avara di appigli che ben poche ed ardue possibilità offre all’arrampicatore” rendendo ragione di ciò sembrasse tagliare ogni speranza di vittoria. Ma né io né Conforto, che pure era stato compagno di Soldà nella meravigliosa impresa della Punta di Penia, conosciamo da vicino le pareti strapiombanti nella Val Ombretta; tuttavia val la pena andar vedere, e ci diamo appuntamento per la sera di Ferragosto al rifugio Ombretta, che proprio l’indomani veniva inaugurato. E così nel pomeriggio di questo giorno risalgo da Rocca Pietore la Val Pettorina,  ansiosamente scrutando le pareti che successivamente mi si svelano; quando entro nel Pian d’Ombretta la possente muraglia dal Pizzo Serauta alla Punta di Penia già svanisce nell’ ultima luce del giorno e all’indeciso chiarore ancor più vera mi appare la descrizione del Castiglioni e si affievolisce nell’animo la speranza di vittoria. Conforto mi risveglia dal primo sonno nell’ospitale rifugio, giungendo dall’opposta Val di Contrin. L’indomani per tempo usciamo per una prima ricognizione: guardare la parete a nord del rifugio e prendere una decisione fu per entrambi tutt’uno, nel punto dove essa raggiunge il massimo dislivello, e a metà fra la Punta di Rocca e la S-cesora, una serie di diedri, camini e fessure determina per gran parte della sua altezza una traccia ideale di salita, di una incomparabile logicità e dirittura, quale pochi esempi si hanno in tutte le Dolomiti. Nella parte inferiore della parete una successione di fessure sale fra levigatissime placche grige, quali solo dal calcare della Marmolada sono date, sino ad una terrazza situata a metà altezza, questa è la corrispondente geologica della famosa prima terrazza della Punta di Penia e della grande cengia della Punta di Rocca. Al di sopra di essa la parete è invece paurosamente gialla, strapiombante, altrettanto compatta, ma un profondo camino la incide fino alla cresta, ripromettendo di facilitare la salita. Tema assolutamente obbligato quindi, senza possibilità di varianti; eppure alla prova non fu possibile raggiungere la terrazza e il camino risultò insuperabile.  Carichi degli “impedimenta” del sesto grado, risaliamo il lungo ghiaione, e in un marcato camino iniziale, facciamo subito la conoscenza con le caratteristiche peculiari della roccia della Marmolada: compattezza, levigatezza, grande riluttanza nel ricevere chiodi. Ben presto un grande strapiombo ci sbarra la via, con altri successivi, reso friabile al di sotto dal perenne infiltramento dell’acqua; proviamo sulla parete di sinistra, e Conforto  deve  impegnarsi  per  superare  i  primi metri strapiombanti, seguiti da un tratto ancor più problematico. Raggiungo il compagno, che traversa a sinistra, al di là di uno spigolo, dove per di più la roccia si presenta friabile, e lunghi sforzi occorrono ancora per guadagnare altri 10 m., fino a poter ritenere l’ostacolo superato. Intanto molto tempo è trascorso, in cui abbiamo potuto valutare la difficoltà e la grandiosità dell’impresa in tutto il suo valore; decidiamo perciò di ridiscendere per effettuare l’indomani un tentativo a fondo, muniti di altro materiale col quale alla sera deve raggiungerci mio fratello Donato; lasciamo una corda lungo lo strapiombo per facilitare il ritorno.  Il giorno dopo rapidamente lo superiamo, traversando quindi a destra per rientrare nel camino, e per questo, sempre levigatissimo, vincendo direttamente altre strozzature di estrema difficoltà, arriviamo ad una grande cengia detritica, ben visibile dal basso, che segna per largo tutta la parete. Al di sopra il camino diviene insuperabile; a destra grandi strapiombi si susseguono; bisogna tentare a sinistra, per l’aperta parete levigatissima. Meravigliosamente, levigata e solida, una fessura che la incide inizialmente perdendosi poi nell’uniforme compattezza, ci dà lo spunto per questo primo dei tratti “volanti” che si susseguiranno nella parte alta con frequenza eccessiva; in cui l’estrema decisione nell’arrampicare liberamente a distanza dalla sicurezza rappresenta l’unica possibilità di riuscita. Uguale difficoltà oppone il successivo traversone verso destra su liscie placche, che ci permette di rientrare nel camino. Ci affrettiamo lungo di questo, di continue notevoli difficoltà, fino a che la struttura delle pareti che in esso convergono si allenta, e per la seconda volta lo abbandoniamo allontanandoci progressivamente verso sinistra lungo due successivi canali levigati di estrema difficoltà, mentre la soprastante muraglia comincia a mostrarsi in tutta la sua paurosa imponenza. Traversando sotto ad un coronamento di strapiombi giallastri dobbiamo ritornare nel camino, la cui parete di destra viene ormai ad essere costituita dal levigatissimo sdrucciolo che discende dalla grande terrazza; e saliamo per il camino, arduo, bagnato, malsicuro, sperando di metro in metro di intravvedere una possibilità di traversare a destra per raggiungere la terrazza. Ma la levigatezza toglie anche l’idea di tentare la traversata, che si presenta assai più lunga del previsto, almeno 80 m. al termine del camino. Qui è giocoforza traversare, correndo sotto il grande tetto incombente fino ad aggirarlo con difficoltà estrema, per riprendere la salita diretta. Scrutiamo con ansia; una risoluzione: un canalino verticale ci porta in alto, al di sopra della terrazza, e la placca si frappone sempre. Folate rapide di nebbia ci investono, velando la grande montagna; il tempo ci inquieta ancor più delle difficoltà e dell’ambiente impressionante; fa caldo più di quanto convenga a questa altezza. Ora abbiamo superato il canalino, e siamo in situazione ancor più critica: a destra impossibile proseguire, a sinistra e in alto rossi strapiombi tra cui, unica possibilità, prosegue un camino. Questo ha inizio al di sopra di un salto completamente friabile, vero punto chiave della salita: superarlo o rinunciare. E Conforto lo affronta con estrema decisione, assicurato solo in basso, e, concentrando in pochi attimi tutte le doti di grande alpinista, lungo allenamento, il più freddo coraggio, riesce ad averne ragione. E’ questa la soglia della seconda parte dell’ascensione, splendida veramente, difficile e pericolosa come mai ne avevamo incontrate, tanto da poter dire che di lì alla vetta le difficoltà siano con continuità estrema. Il camino è assai breve, e muore contro un grandioso strapiombo che sporge per molti metri, potendo traversare a destra si entrerebbe nel lungo camino che dalla terrazza sale alla cresta, ma il tentativo risulta subito impossibile. Non resta che provare a sinistra, cercando di aggirarlo per un canale strapiombante; ma così ci addentriamo nella parte più repulsiva della parete, completamente a noi ignota, perché cominciamo a sentire duramente la mancanza dell’indispensabile studio preliminare. Ma chi non ha tempo a disposizione deve arrischiare anche da questo lato. Forziamo, impegnandosi a fondo, il primo tratto obliquo, fortemente strapiombante, e affrontiamo il secondo, che si raddrizza tosto; il tentativo di scalarlo direttamente è aspro, lungo, risoluto ma fallisce in alto, dove allo strapiombo si aggiunge la friabilità; con pochi chiodi malsicuri sarebbe pazzia insistere ancora. La situazione è precaria: le ore sono state minuti da quando abbiamo iniziato le grandi difficoltà continuate, la nebbia infittisce, deviazioni sono impossibili; bisogna ridiscendere. In basso c’è un buon posto per bivaccare; l’indomani vedremo di fare un estremo tentativo per raggiungere la terrazza. Ed ecco l’imprevisto: mentre ritorna al punto di assicurazione, Conforto intravvede a destra, al di là dello spigolo, una esile cornice che taglia il rossastro elemento di roccia che in basso forma il grande strapiombo che ci ha fatto deviare; subito tenta la traversata. La difficoltà è estrema, l’esposizione ha pochi paragoni, ma di là intuisce un rientramento; e da questo si innalza una fessura, cui fa seguito un lungo canalino; finalmente un punto di riposo, ma la difficoltà è estenuante, l’assicurazione minima nella roccia nuovamente saldissima. Annotta rapidamente; il canale ci impegna tanto che la visibilità è praticamente nulla quando ne riusciamo averne ragione; dobbiamo fermarci ancorandoci alla meglio con alcuni chiodi. Purtroppo il piccolo gradino che ci accoglie non permette di coricarci; seduti, iniziamo il bivacco in condizioni quanto mai disagevoli.  Da grandiosi strapiombi centinaia di metri più in alto, gocciola dell’acqua poco distante, che folate di vento porta di tratto in tratto a cadere sulla nostra tenda da bivacco; ci inquietiamo, credendo cominci a piovere, chè la situazione diverrebbe precaria. A turno, facendo guanciale uno all’altro, riusciamo a riposare.  Verso mattina la nebbia si discioglie, ed il freddo si fa pungente; appena albeggia ci riscuotiamo dall’intorpidimento, e traversiamo direttamente a destra sotto uno strapiombo fino ad una nicchia, di cui per l’incombente fessura friabile ed il successivo canalino, sempre con estrema difficoltà possiamo disimpegnarci dal tratto. Un breve ripiano, su cui ci consultiamo: l’ulteriore proseguimento sembra impossibile per la levigatezza del tratto soprastante, che termina contro una grande placca di sinistra; lo affrontiamo lungo una solcatura appena accennata, e risulta uno dei tratti più ardui e più pericolosi, in cui la assicurazione è di continuo effimera e la difficoltà non lascia tregua. Alla fine una comoda cengia ci porta verso destra, passando al di sotto di una nera spaccatura abbondantemente bagnata, ad entrare nel grande camino, che è veramente di proporzione colossale; e qui per la seconda volta dobbiamo rinunciare all’itinerario progettato: grandi strapiombi si succedono a chiuderlo in alto, in basso ammassi di neve e colate di ghiaccio ostacolano ogni tentativo di salita. Nulla da fare, per la seconda volta temiamo di essere costretti al ritorno, ed il ritorno è tale ormai da renderci dubitosi. Unica speranza rimane la fessura bagnata intravvista, e ridiscendiamo ad essa; ma il suo aspetto è formidabile. Più larga di una fessura, più stretta di un camino, levigatissima e battuta da una incessante caduta di acqua, in molti punti strapiombante, in alto sembra morire nelle giallastra parete; se tentiamo bisogna riuscire, perché salendo ancora non avremo più chiodi sufficienti per una discesa a corda doppia. Nessuno di noi due in tanti anni di arrampicamento aveva superato un tratto così estenuante per la levigatezza, la difficoltà continua, l’acqua freddissima cadente; 70 m. con un solo punto di riposo: un sasso incastrato a metà. Sopra scorgiamo la temuta interruzione, in un grande strapiombo che ci domina 20 m. più in alto, e anche dopo un accurato esame, ci sembra affatto insuperabile, solo con la più fredda decisione, arrischiando tutto per il tutto Conforto potè averne ragione, e giustamente lo abbiamo giudicato il tratto più arduo di tutta l’ ascensione.  Lungo una solcatura appena accennata che diverge a destra ci innalziamo con estrema difficoltà, raggiungendo un gradino su cui possiamo a pena sostare; di qui bisogna salire obliquamente verso sinistra vincendo lo strapiombo per raggiungere il tratto più levigato. Due chiodi fortunati portano Conforto all’inizio di questa impressionante placca. Al di là si riapre il camino, il proseguimento della salita, forse la vittoria. Dopo alcuni tentativi Conforto è ben certo che essa non riceve chiodi; giocando solo sulla tensione della corda comincia a traversare lentamente; una minuscola cavità gli permette di introdurre un chiodo, e su questo porta il proprio peso e si equilibra un istante; uno scatto ed è al di là, dentro al camino: il chiodo cade nel vuoto, noi tiriamo il respiro dopo un’eternità. Il camino si allarga in una grande caverna, chiusa in alto da strapiombanti pareti e da massi incastrati, mentre il fondo è tutto un ammasso di ghiaccio vitreo; un’altra volta ancora restiamo delusi, vedendo che il tratto sovrastante è sempre di estrema difficoltà. A grande fatica superiamo il pendio di ghiaccio, raggiungendo la parete di fondo, che scaliamo sotto la freddissima acqua cadente; la prosecuzione non lascia sosta, e finisce sotto una nuova grande strozzatura, il cui strapiombo direttamente non è neppure tentabile. La situazione comincia darci pensiero: la fatica di dieci ore ininterrotte di arrampicata, la certezza di un secondo bivacco, l’assillante dubbio dell’inviolabilità del restante tratto, la minaccia sempre più palese del maltempo, ci rendono fortemente dubitosi sull’esito dell’impresa. Abbiamo bisogno di una soluzione rapida. Traversiamo sulla parete di sinistra e per essa ci innalziamo fino ad una breve cornice: così siamo proprio sotto lo strapiombo, all’inizio di una fessura che lo incide parte morendo in alto sotto una nicchia, con alcuni chiodi Conforto s’innalza fino ad essa, tenta di superarne la sporgenza più volte ma inutilmente. Ultima speranza è attraversare a destra, sul ciglio dello strapiombo, ma il passaggio fa  veramente rimanere perplessi. Dopo due tentativi Conforto riesce a gettarsi al di là, sul pianerottolo da cui riprende il camino, ma ancora  una  volta  il rischio è stato estremo. Ancora nulla di risolutivo, chè un nuovo strapiombo ci sovrasta da vicino, formando una marcata e profonda grotta. Avanti senza sosta per una spaccatura che incide il tetto, ma è appena superato che con uno scroscio improvviso di tuono  si scatena una bufera di vento e grandine, che subito assume una violenza paurosa; la grotta appena abbandonata è la nostra salvezza, mentre dal camino soprastante comincia a precipitare una vera tromba di acqua e grandine.  Siamo impressionati dal frastuono infernale dei fulmini che si susseguono senza interruzione e dalla furia crescente  degli elementi; sgomenti guardiamo senza parola gli appigli che si vanno ricoprendo; udiamo il pauroso muggito delle trombe d’acqua che errompono dai canaloni e dai colatoi alla base della parete. Una raffica di vento più furiosa delle altre ci apre le nubi davanti; allibiti scorgiamo per un istante in un abisso enorme il fondo della Val d’Ombretta già tutto bianco di grandine. Ora la bufera accenna a diminuire, e riprendiamo a sperare; ma è detto che anche il pericolo più temuto venga ad aggiungersi, perché dapprima minuta e rapida, quindi soffice e turbinante comincia a cadere la neve. Scendono rapidamente le tenebre, e ci copriamo con la tenda da bivacco, assillati da tristi pensieri; speriamo ancora che ne segua la pioggia, sì da dilavare ogni cosa. Ma il freddo comincia ad aumentare, e verso mezzanotte attraverso la spaccatura tetto vediamo la prima stella. Ci raggomitoliamo nuovamente, rassegnati all’ultimo pericolo, preoccupati ora solo di difenderci dal gelo sempre più intenso, forse dieci gradi sotto zero verso mattina, tale da costringerci di tanto in tanto a frizionarsi i piedi, che maggiormente ne risentono.  All’alba la montagna presenta un aspetto impressionante affatto invernale; dieci centimetri di neve ricoprono gli appigli, il vetrato su tutto il resto; entrambi pensiamo che per noi vi siano poche speranze tuttavia discutiamo solo sul da farsi. Solo a giorno inoltrato il sole potrebbe disgelare l’interno del camino, e già nuovi vapori salgono dal fondovalle; non possiamo attendere tanto per sapere quale sorte ci sia riserbata più in alto, se il camino sovrastante vada a morire contro qualche torrione della cresta, o permette di arrivare ad una delle tante forcelle di essa. Alle sette siamo già ripartiti. Il camino è lungo due tratti di corda, e ripete per levigatezza i precedenti; dopo pochi minuti le mani sanguinano a contatto con la neve  ed il ghiaccio, e le pedule cominciano a cadere nella vana ricerca dell’appoggio. Tre ore impieghiamo a superarlo, ma alla fine scorgiamo d’improvviso la cresta terminale, per la prima volta da quando abbiamo iniziato la salita; da una marcata forcella fra due gialli torrioni discende alla nostra sinistra un colatoio ghiacciato, che possiamo raggiungere con una breve traversata. E’ questo l’ ultimo ostacolo arduo per la neve ed il ghiaccio, oltremodo pericoloso per l’impossibilità di assicurarsi con chiodi; in spaccata ci assicuriamo l’un l’altro a spalla, ma una caduta sarebbe la fine. Sono altre due lunghezze di corda da superare, e impieghiamo due ore per giungere sotto lo strapiombo terminale; lungo la ghiacciata parete di destra compiamo l’ultima fatica e sulla nevosa forcella ci scambiamo l’abbraccio della vittoria, dopo 54 ore dalla partenza di cui quasi 30 di effettiva arrampicata. L’immacolata distesa del ghiacciaio della Marmolada si stende ai nostri piedi; con una corda doppia tocchiamo il crepaccio terminale, quindi finalmente liberi da ogni vincolo discendiamo velocemente il lungo pendio nevoso; il rifugio del Col del Bous ci offre la prima ospitalità.  Prima Ascensione: U.Conforto e F.Bertoldi 17.18.19 Agosto 1939     Autore : F.Bertoldi

 

Marmolada parete S itinerario 532n

Il tempo di 36 ore di arrampicata effettiva impiegato dai primi salitori, potrà essere certamente un  po’ ridotto nelle ripetizioni; si tratta sempre però di una delle più difficili (6° grado superiore), se non  della più difficile arrampicata delle Dolomiti.  L’ itinerario è di una straordinaria logicità e  dirittura, e l’ arrampicata  meravigliosa,  svolgendosi  prevalentemente  su  roccia  compatta  e  solidissima.  Il  ghiaccio  che  si  trova  generalmente  nell’ ultimo  canalone  non  può  seriamente  ostacolare  la  riuscita  dell’ ascensione;  la  verticalità  della  parete  rende  pressoché  nullo  il  pericolo sassi.

Dal  passo Ombretta  si  segue  per  pochi  minuti  il sentiero della forcella  Marmolada,  e per  ghiaie  si  va  alla  base  delle  rocce.  L’ attacco  si  trova  nel  mezzo  della  parete,  nell’ unico  punto  facilmente  accessibile.  Un  camino  di  40 m. obliquo da  destra  a  sinistra,  che  nella  parte  superiore  presenta  alcune   strozzature  liscie,   porta   fino   all’ altezza   della   prima   terrazza,   che   qui   si  riduce   a   qualche  piccolo  ripiano  detritico.   Al  termine   del   camino   si   supera   una   paretina  gialla,    servendosi  di   una   fessuretta   obliqua,  nella   stessa  direzione   del  camino  iniziale;   si  traversa  qualche  metro  su  roccia  friabile   e  si  continua   a  salire   per  facili   gradini  e  fessure,  sempre   obliquando   a  sinistra  sotto  alti  rigonfiamenti   strapiombanti.  Per   una  fessura  verticale  e  liscia   e  il  successivo  camino  di  30  m.  un  po’  obliquo  a sinistra,  si  sale  ad  una  zona  di   facili  gradini  e  cenge  detritiche;   si  obliqua  ora  verso  destra  superando  brevi  placche  levigate   tra   l’ una   e   l’ altra   cengia,    fino  alla  cengia  più   alta   sotto  un’ enorme  parete  verticale  e  liscia,  solcata  da  due  fessure  discontinue  e   superficiali  ( fin  qui  non  ci   sono  serie  difficoltà;  ore  1.30  dall’ attacco ).   All’ estremità  destra  della   cengia,   per   una   sottile   fessura  formata da  una  lastra  staccata,  si giunge  sotto un  soffitto,  che  si  supera  a sinistra.  Dal  terrazzino  successivo  ha  inizio  quella  di  destra  delle  due  fessure  anzidette;  essa  è  leggermente  obliqua  verso  destra,  è  assai  stretta  e  profonda  ed  è  formata  da  un  lastrone  staccato  dalla  parete.  Si  rimonta  la  fessura,  superando  faticosamente  alcuni  strapiombi,  fino  al  suo  termine  in  cima  al  lastrone  appiattito,  dove  sembra  di  non  poter  proseguire.  Con  traversata  a  corda  di  8  m.  a  sinistra  ( estremamente  difficile )  si  raggiunge  la  fessura  di  sinistra,  non  visibile  dal  punto  di  partenza;  questa  è  una  ruga  verticale  di  roccia  nera  e  compatta,  lunga  35  m.,  che  deve  essere  risalita  interamente,  senza  possibilità  di  sosta  ( estremamente  difficile,  chiodi ),  fino  ad  entrare  in  alto  in  una  piccola  conca.  La  si  rimonta  per  pochi  metri,  e  con  una  breve  traversata  su  placca  liscia, si  va  a  sinistra  a  un  caminetto  strapiombante,  che  mette  su  un  terrazzino.  Da  qui  di  nuovo  un  po’  a  destra,  e  per  una  fessura  con  forte  strapiombo  si  tocca  l’ orlo  della  grande  terrazza,  che  taglia  tutta  la  parete  a  metà  altezza  (  ottimi  posti  per  eventuale  bivacco ).  La  seconda  parte  dell’ ascensione  si  effettua  per  quel  colossale  diedro  giallo  e  strapiombante, che  solca  la  parete  nella  sua  parte  sinistra  ( O ),  pochi  metri  a  sinistra  del  punto  in  cui  si  è  raggiunta  la  terrazza.  Si  sale  nel  fondo  del  diedro  per  una  fessura  gialla,  strozzata  in  alcuni  punti  da  rigonfiamenti  delle  pareti;  da  qui  in  su  le  difficoltà  si  fanno  quasi  ininterrottamente  estreme.  Dopo  uno  strapiombo  più  accentuato  la  fessura  si  approfondisce  a  camino  stretto  e  levigatissimo,  chiuso  in  cima  da  un  forte  strapiombo  a  tetto;  lo  si  supera  e  si  continua  nel  fondo  del  diedro  strapiombante  e  ora  senza  fessure,  innalzandosi  40  m.,  e  spostandosi  20  m.  a  destra,  sempre  dominati  dagli  enormi  tetti,  che  sporgono  dal  lato  sinistro  del  diedro.  La  roccia  è  di  estrema  compattezza  con  assoluta  mancanza  di   appoggi  e  di  punti  di sosta.  Si  procede  ancora  una  ventina  di  metri  su  placche  liscie  fino  a  una  piccola  cengia  inclinata,  e  dopo  altri  10  m.  si  giunge  in  un  luogo  ove  è  possibile  sostare  in  piedi.  Si  traversa  10  m.  a  destra  su  placche  liscie,  poi  si  deve  salire  con  larga  spaccata  un  diedro  di  10  m.  strapiombante  e  liscio  ove  non  è  possibile  fare  uso  di  chiodi.  Dopo  altri  10  m.  si  giunge  a  una  fessura  più  facile,  che  porta  obliquamente  verso  destra,  fin  sotto  il  grande  canalone,  che  solca  nel  mezzo  la  parte  superiore  della  parete.  Esso  si  inizia  con  un  salto  di  40  m.  di  roccia  nera  e  umida,  strapiombante  e  di  estrema  difficoltà;  poi  il  canale  si  approfondisce  e  attenua  la  sua  pendenza.  Dopo  una  ventina  di  metri  però  il  ghiaccio  nel  fondo  obbliga  ad  uscire  sulla  parete  verticale  di  estrema  compattezza,  ove  non  è  possibile  far  uso  di  chiodi;  poi  ci  si  tiene  ancora  sulle  levigatissime  pareti  del  canale,  finchè  è  possibile  ritornare  nel  fondo;  gli  ultimi  50 m.  del  canale  non  presentano  difficoltà.  Si  riesce  direttamente  sulla  calotta  della  vetta.  Guida dei Monti d’ Italia di E.Castiglioni - Ed.1937 CAI-TCI  

F.Bertoldi:

La via della fessura Conforto sulla parete sud della Marmolada di Ombretta é una delle poche che rappresentano il sesto grado autentico dell´alpinismo classico, il limite per chi accetta il principio della purezza dello stile e della semplicitá dei mezzi....Nel dopoguerra la via rimase molti anni in ombra....solo nel 1958 arriva Walter Phillipp con l´ambizioso progetto di superare in una settimanale quattro grandi vie di sesto grado della parete sud - sud ovest. Inizia con la via Soldá alla Punta di Penia, passa quindi alla sud della Punta Rocca, prosegue con il Pilastro della Punta di Penia, ma é arrestato dall´ultima, la parete della Marmolada di Ombretta. Ritorna l´anno dopo, e fallisce nuovamente, perché dalla cengia inferiore sale a destra alla grande terrazza, da cui é costretto a seguire il profondo colatoio che arriva in cresta alla terza forcella a oriente della cima piú alta. Per le grandi difficoltá incontrate nel colatoio e  per non avervi trovato chiodi, si affretta a qualificare da bugiardi Conforto e Bertoldi. Azione quanto mai biasimevole verso conforto, di cui offese il puro ricordo lasciato non solo come alpinista, e inutile verso Bertoldi, che non ha mai avuto tempo di occuparsi dell´altrui stupiditá. Nel 1962 prova il fortissimo Claude Barbier con Bepi Pellegrinon, ma anch´essi dalla prima cengia salgono a destra alla grande terrazza dove pero´ si accorgono dell´errore e individuano la fessura "segreta" quindi escono dalla parete a destra per la via di Pisoni Castiglioni. Ma Pellegrinon, forte della preziosa informazione acquisita nel 1964, ritorna con la forte Daisy Voog e nei giorni 8 e 9 agosto compiono la seconda ascensione 25 anni dopo la prima. Congresso Nazionale del CAAI - Rinnovo del ricordo su invito del Presidente.

M.Giordani:

La via sale per oltre mille metri su un dislivello di 850. Dopo la grande impresa di Micheluzzi sul Pilastro, è questo il secondo itinerario estremo in Marmolada portato a termine dai primi salitori senza ricorrere a tecniche artificiali di progressione. Naturalmente le difficoltà superate erano minori di quelle incontrate da Soldà o da Vinatzer; vennero tuttavia saliti alcuni tratti di grosso impegno a testimoniare la grande capacità di Conforto in arrampicata libera… Marmolada Sogno di Pietra - Luigi Reverdi Editore

Alessandro Gogna:

Dal 17 al 19 agosto invece i “secondi di Soldá” Umberto Conforto e Franco Bertoldi, trovarono uno splendido  itinerario sulla parete sud della Marmolada di Ombretta, di quasi 900 metri di altezza. “Una lunga e sottile fessura, una delle pochissime esistenti nei 3 Km di parete, la taglia tutta quanta da cima a fondo; una via piú logica ed elegante non si potrebbe desiderare” (E.Castiglioni). Heinz Mariacher la ripeté in solitaria il 12 luglio 1979: egli percorse la via in “free soloing”, cioé in completa arrampicata libera e senza corda, valutandola di 6 e 7- grado...  Sentieri

...concludendo il Conforto con questa magnifica impresa il decennio delle grandi ascensioni sulla marmolada, inaugurato nel 1929 da Micheluzzi.