MARMOLADA VIA SOLDA CONFORTO

Marmolada - Parete Sud Ovest

Si  attacca,  un  po’  a  destra  del  centro  della  parete,  un  camino-fessura di  40 metri,  obliquo  verso  sinistra,  dopo  il  quale  e  nella  stessa  direzione  si  superano  due  salti,  quindi  una  fessura  strapiombante,  dapprima  diritta  e  poi  volgente  a  sinistra.  Raggiunto  un  terrazzino,  si  sale  ancora  obliquamente  a  sinistra  per  un’ altra  fessura  strapiombante,  fin  sotto  alcune  placche  liscie  (30  metri).  Superate  queste  direttamente,  un  caminetto  verso  destra  porta  ad  una  cengia,  lunga  una  quindicina  di  metri, che  si  percorre  tutta  fino  all’ estremità  destra.  Qui  un  lastrone  appoggiato  alla  parete  forma  una  fessura  leggermente  obliqua  a  destra;  per  questa,  fin  sotto  un  soffitto  che  si  aggira  a  sinistra  per  un  tratto  strapiombante,  si  arriva  ad  un  terrazzino.  Una  fessura  strapiombante  e  liscia  porta  ad  un  altro  terrazzino;  poi  ancora  una  liscia  fessura,  che  finisce  in  una  specie  di  spuntone  dalla  sommità  piatta. Dallo  spuntone  ci  si  cala  di  un  metro,  per  poi  traversare  verso  sinistra  una  placca  levigatissima  di  5 metri  fin  sotto  un  canalino  strapiombante  di circa  40  metri,  che  va  superato  direttamente  ( estreme  difficoltà - chiodi ). Quindi,  per  rocce  liscie  si  raggiunge  la  cengia  situata  a  circa  metà  parete  (ore  12).  Fin  qui,  eccettuati  gli  ultimi  20  metri  del  canalino,  arrampicata  libera.  Dopo  una  sosta,  attacchiamo  direttamente  le  rosse,  strapiombanti,  levigate  pareti  che  si  ergono  sopra  la  cengia,  sotto  forma  di  un  grande  e  problematico  diedro.  A  20  metri circa  dalla  cengia  troviamo  due  chiodi  con  moschettone  che  segnano  il  limite  raggiunto. Qui  cominciano  le  maggiori  difficoltà,  che  continueranno  ininterrotte  fino  a  circa  60  metri dalla  vetta. Salendo  direttamente  per  il  diedro  giallo,  ci  innalziamo  di  circa  60  metri sopra  la  cengia  ( estreme  difficoltà ) ,  finchè  sopraggiunge  la  sera.  Scendiamo  allora  a  corda  doppia  fino  alla  cengia,  e  su  questa  bivacchiamo  per  la  prima  notte.

Il  giorno  dopo  troviamo  non  poco  vantaggio  in  quei  60  metri già  preparati,  dato  il  successivo  tratto (circa  40  metri)  sul  diedro  giallo,  che  non  offre un  attimo  di  riposo  neppure  per  i  piedi.  Sotto  continui  enormi  tetti  ( specialmente  sulla  parete  di  sinistra )  riesco  a  portarmi  obliquamente  40  metri  sopra  e  20  metri  più  a  destra del  compagno,  dopo  aver  piantato  numerosi  chiodi  per  la  scarsezza  assoluta  di  appoggi.  Conforto,  che  fa  sfoggio  di  una  resistenza  ammirabile,  mi  raggiunge  in  una  posizione  faticosa  e  difficile.  E’  questo  l’ unico  posto  dove  si  può  poggiare  un  piede  quasi  interamente  e  manovrare  la  corda.  Proseguo  per  una  ventina  di  metri  su  placche  liscie.  Dalla  cengia  fin  qui  siamo  stati  impegnati  a  fondo.  E’  già  sera,  e  non  siamo  capaci  di  trovare  un  posto  che  offra  la  minima  possibilità  di   bivacco.  Ritornare  alla  cengia  significherebbe  rinunciare  alla  salita.  Conforto  fa  precipitare  un  masso  di  circa  4 - 5  quintali,  in  bilico  su  una  piccola  cengia.  Ma  questa  si  rivela  troppo  inclinata  e  liscia,  per  cui  tentiamo  di  salire  un’ altra  decina  di  metri.  Sono  circa  le  19,  allorchè  raggiungiamo  un  luogo  dove  è  possibile  sostare  in  piedi.  Una  traversata  di  10  metri  verso  destra  su  rocce  liscie  mi  costa  mezza  ora  di  strenua  e  vana  fatica.  Dobbiamo  quindi  adattarci  a  passare  la  notte  in  quello  scomodissimo  luogo,  legandoci  e  sospendendoci  alle  corde  con  anelli  e  staffe. Nel  secondo  giorno  di  grandi  fatiche,  favoriti  dal  bel  tempo,  abbiamo  guadagnato  circa  60  m.  di  altezza  oltre  il  limite  raggiunto  il  giorno  precedente.  Intanto,  nel  cuor  della  notte  si  leva  un  forte  vento,  con  indizi  di  temporale. Dopo  tanto  lavoro,  è  tutt’ altro  che  incoraggiante  pensare  che  l’ impresa  può  venir  compromessa,  tanto  più  che  un  ritorno  si  presenta  assai  dubbio. In poco più di un mese sono al nono bivacco, in cinque nuove ascensioni di VI grado; e questo è il peggiore, e sulla più difficile salita.

La  tanto  attesa  luce  del  giorno  ci  trova  con  le  gambe  spezzate  dal  disagio  e  intirizzite  dal  freddo.  Un  vento  gelido  e  forte  ci  irrigidisce  in  tutti  i  movimenti.  Per  fortuna,  nella  traversata  liscia  avevo  lasciato  una  corda  fissa.  Con  i  guanti,  lungo  questa,  raggiungo  il  termine  della  traversata,  dove  è  possibile  sostare  sulla  punta  dei  piedi  e  sciogliere  un  po’  i  muscoli  scaldati  dalla  ginnastica  sulla  corda.  Il  compagno  mi  segue.  Ceduto  a  questi  il  riposo  dei  piedi,  continuo  verticalmente  per  un  diedro  strapiombante  e  liscio,  alto  10  m.  dove  in  un’ ora  di  faticosa  manovra  posso  piantare  3  chiodi  nei  primi  5  m.  Ridiscendo  alla  base  e  mi  riposo,  sostenuto  dalla  corda.  Conforto  è  intirizzito  dal  freddo  e  vorrebbe  prendere  il  comando  della  cordata,  ma  le  manovre  sono  impossibili  per  la  scomodità  del  posto.  Mi  innalzo  ancora  e  tento  di  piantare  altri  chiodi,  ma  mi  affatico  invano  per  20  minuti;  temo  di  dovere  ritornare;  ridiscendo  e  mi  riposo  ancora.  Mi  innalzo  fino  al  posto  di  prima,  mi  attacco  con  grande  decisione  a  piccoli  appigli,  e,  premendo  con  larghissima  spaccata  sulle  labbra  dello  strapiombante  diedro,  con  grande  fatica  riesco  a  passare.  Per  8  metri procedo  ancora  diritto,  arrivando  ad  un  piccolo  camino  che  si  innalza  obliquo  a  destra.  Traverso  nuovamente  a  destra  per  10  metri fin  sotto  un  salto  di  roccia  nera,  per  40  metri fortemente  strapiombante.  Questo  è  il  primo  vero  punto  di  riposo  dopo  un  giorno  e  mezzo  di  arrampicata  dal  luogo del  primo  bivacco.  Sostiamo  mezz’ ora.  Il  tempo  si  mantiene  rigido  e  per  di  più  comincia  a  nevicare.  Temiamo  per  il  temporale.  Sopra  al  salto  strapiombante  ha  inizio  un  camino  che  ci  porterebbe  giù  una  grande  quantità  di  sassi  e  acqua.  Decidiamo  perciò  di  salire  in  fretta.  Il  forte  strapiombo  di  40  metri  viene  superato  in  4  ore  di  grandi  sforzi.  Sormontato  lo  strapiombo,  ha  inizio  il  camino,  che  però  offre  minore  verticalità.  I  primi  20  metri  vengono  saliti  molto  in  fretta  (passaggio  di  5° grado);  poi,  contrariamente  alle  apparenze,  troviamo  il  fondo  coperto  di  ghiaccio,  sul  quale  non  è  possibile  avanzare.  Esco  quindi  a  sinistra  in  parete  levigata  e  strapiombante,  dove  posso  fare  scarsissimo  uso  di  chiodi.  Qui,  con  le  forze  superstiti,  nonostante  la  neve  che  scende  sempre  più  fitta,  supero  passaggi  estremamente  difficili  in  libera  arrampicata  ( impossibile  di  piantare  chiodi ).  Fortunatamente,  in  un  luogo  dove  non  avrei  potuto  resistere  più  di  un  minuto,  trovo  da  piantare  un  chiodo  non  del  tutto  sicuro,  ma  sufficiente  per  poter  riposare.  Ne  pianto  un  altro,  e  poi  riparto  ancora  in  arrampicata  libera.  Le  pareti  del  camino,  estremamente  levigate,  costringono  di  nuovo  a  superare  difficoltà  estreme  sempre  in  libera  arrampicata.  Ma  siamo  ormai  alla  fine.  Ancora  un  tratto  ( meno  difficile ),  e  usciamo  dall’ orrida  parete,  a  breve  distanza  dalla  vetta.

Questa  parete  è  senza  dubbio  più  difficile  per  difficoltà  tecniche,  e  specialmente  per  continuità delle  difficoltà  stesse,  della  parete  Nord  della  cima  ovest  di  Lavaredo,  via  Cassin  Ratti,  che  ho  ripetuto  con  l’ amico  Carlesso  qualche  giorno  prima.  Altezza  della  parete:  circa  550  m.  Chiodi  usati,  70.  In  tutto ore  36  effettive  di  arrampicata.  Difficoltà  estreme  (VI  sup).

Prima ascensione: G.Soldá e U.Conforto 29-30-31 Agosto 1936.

Autore G.Soldá

 

Marmolada - Parete Sud Ovest – Prima Ripetizione

Nel 1949, anno della morte di Conforto, avvenuta in febbraio, Mario Stenico e Marco Franceschini partirono all´attacco della via, ben pressati da una fortissima coppia francese, Marcel Schatz e Jean Couzy, che si apprestava a fare altrettanto. Nei giorni 7 ed 8 agosto essi compirono l´impresa. Dal racconto di Mario Stenico, qui sotto, si evince che parecchi tentativi furono fatti da alpinisti rimasti sconosciuti nei tredici anni trascorsi dalla prima apertura della via.

Rifugio Contrin....Viene a salutarci Francesco Dezulian, il gestore del rifugio, simpatico e forte, si siede al nostro tavolo e si informa sul nostro programma per il giorno dopo, via ferrata o parete sud. ´´Parete SO´´ risponde Marco. Egli si alzo´ lentamente, si allontano´ di qualche passo, dicendo ´´Bene bene´´ come non avesse compreso, poi si giro´ di scatto e si precipito´ su di noi ´´Ho capito bene? Volete andare sulla via Soldá?´´ ´´Si, ha compreso benissimo, intendiamo fare la prima ripetizione´´. ´´Giovanotti´´ disse allora Dezulian squadrandoci dall´alto in basso e osservando particolarmente la esile figura di Marco ed il bicchiere di latte che teneva in mano ´´ Ricordatevi che facce piú belle delle vostre hanno dovuto ritornarsene, ed anche prima di arrivare alla cengia. Tuttavia, se proprio volete provare il gusto...A che ora volete essere svegliati?´´ Sono le quattro di domenica 7 agosto, quando la vera avventura, fisica e psicologica, comincia per noi....i primi passi su per il ripido ed interminabile sentiero che sale al Passo Ombretta...un grande desiderio di abbandonare tutto ...con il corpo e la mente liberi da ogni fardello e da ogni problema...ma poi guardiamo la montagna nel suo momento piú bello...ci affrettiamo all´appuntamento. Siamo pronti. I primi tiri di corda si svolgono per ripidi balzi di roccia non difficile, ma arrampichiamo ancora con movimenti impacciati, lentamente. Dobbiamo anche pulire la neve dagli appigli e siamo turbati dai numerosi cordini che testimoniano le sconfitte degli alpinisti che ci hanno preceduti....Ora tocca a Marco superare una fessura formata da un alto lastrone staccato dalla parete, quindi un´altra fessura piů ripida e difficile, finché raggiungiamo un piccolo terrazzino ed anche l´ultimo cordino....gli chiedo cosa vede piú in alto, la risposta tarda a venire, infine ´´Solo enormi lastroni inaccessibili.´´ Lo raggiungo e provo anch´io un senso di sgomento...una sosta prolungata diventerebbe psicologicamente pericolosa...con un colpo di martello taglio quell´ultimo dannato cordino che sembrava beffarci e dire ´´Rinunciate finché siete in tempo.´´ Scartiamo senza esitazione una invitante traversata a destra, che ci porterebbe su un lontano spuntone....salire diritti peggio che mai. Guardiamo la relazione della via, ma questa non fa che accrescere l´incertezza, non riusciamo ad individuare il punto dove ci troviamo. Credevo di conoscere tutto sulla via, ma mi accorgo di ignorare il passaggio che conduce alla famosa fessura, che consente di raggiungere la cengia. Eppure dovavamo averlo sotto il naso, meglio cercare con calma. Ed ecco, osservando attentamente a sinistra, vedo una parvenza di appoggi, ma niente o quasi per le mani, comunque, se esiste un passaggio, é da questa parte. Incomincio ad attraversare lentamente, ma dopo alcuni metri uno spuntone rivolto in basso risolve il problema. La superficie ruvida offre una aderenza perfetta al palmo apertodella mano destra, che mi permette di raggiungere, con la sinistra, un vecchio chiodo...sporgeva in modo preoccupante, ma era piegato tanto da appoggiare sulla roccia, posso fidarmene tranquillamente, traverso ancora, raggiungendo un comodo terrazzo posto alla base di una lunga e stretta fessura, che sale strapiombando fino alla rocce sporgenti che precedono la cengia. Finalmente. Quella fessura, che dal basso non si vedeva, ora é qui davanti a noi togliendoci ogni apprensione. Pochi minuti dopo Marco é al mio fianco, affronta da par suo la fessura, la supera in breve tempo, trovando lungo il percorso tre vecchi chiodi, eccolo, ha raggiunto la cengia. La cengia. Una cosa meravigliosa, un´ampia sporgenza, posta nel cuore della parete, che attraversa quasi tutta, riparata da grandi strapiombi, e coperta da una fine ghiaia, che ti invita a sdraiarti, ed a sognare a occhi aperti. Riordiniamo le nostre idee, ci guardiamo intorno con occhi ed animo diversi. Sono circa le quattordici, conviene proseguire, anche se questo non ci permetterá di uscire dalla parete senza bivacco, attrezzando il diedro che incombe sopra di noi, poi scendere a bivaccare sulla cengia, come aveva fatto Gino Soldá. Il diedro, di quel colore giallo caldo cosí caratteristico delle Dolomiti, é inciso da una fessura strapiombante e levigata, un tiro di corda faticoso, e sbocca in una angusta nicchia. Poi si trasforma, per un´altra lunghezza di corda, in un camino relativamente inclinato e non tanto difficile, che termina sotto un piccolo tetto. Un chiodo posto al limite di questo mi facilita l´uscita. Ora posso vedere tutto il tratto superiore, é veramente impressionante.... Grandi blocchi sovrapposti e strapiombanti formano la seconda parte del grande diedro, scorgo anche l´inizio della traversata che porta sotto l´alto salto di roccia bagnata. Ora comprendo pienamente quali fossero la forza d´animo e la forza fisica dell´amico Gino, che, affacciandosi per primo su quella ciclopica ostile architettura, non ebbe esitazioni, e con fulminea rapiditá ne ebbe ragione.  Devo ora spostarmi verso destra, percio faccio salire Marco, in modo da evitare che le corde facciano troppo attrito, giro uno spigolo, e trovo ancora tre chiodi, grazie ai quali riesco a salire rapidamente per alcuni metri. Fermo su una piccola mensola mi arrabatto per piantare un chiodo in una fessura dall´aspetto invitante, ma dopo tre, quattro colpi di martello, essa si apre con un suono sinistro.... Come ho portato a termine questo tratto? Proprio non lo so, é andata e niente piú. Per oggi basta cosí, d´altra parte non vedo alcuna possibilitá di bivaccare. Forse, dopo la traversata sotto le rocce bagnate, ma se poi...? No, no, con questo dubbio meglio non proseguire. Con vari chiodi collegati da un cordino, ottengo un discreto ancoraggio per la corda doppia. Vi fisso anche una estremitá del cordino, che serve per tirare su il sacco, Marco ne blocca l´altra ai suoi chiodi di assicurazione, vi aggancio un moschettone, per evitare che la roccia molto strapiombante mi spinga in fuori durante la discesa e raggiungo Marco. Ancora due calate, lasciando l´ultima corda per facilitare la risalita il giorno dopo, e siamo sulla cengia. Il sole sta tramontando, abbiamo il tempo per ispezionare questo grande spalto che si protende nel vuoto, e per costruire un muretto che ci ripari dall´aria fredda del primo mattino.  Notte insonne e tormentosa, siamo pervasi da un senso di inquietudine, di angoscia. Spesso ripensiamo alle parole di Dezulian... il dubbio, l´incertezza sulle nostre possibilitá ritorna ad insinuarsi in noi. Sta per nascere il nuovo giorno, un livido e freddo giorno, che sembra giá sul finire. Una fitta ed umida nebbia ha coperto la montagna, riusciamo appena a vederci, scaldiamo qualcosa e ripartiamo. Ecco le corde, si vedono i primi metri, poi scompaiono nel nulla. Saliamo veloci, raggiungiamo la fine del cordino, ora prosegue Marco. Sono tre lunghezze di corda su roccia infida, pericolosa, e richiedono lungo tempo. Dei chiodi che é riuscito a mettere in quel marciume, molti li levo con le mani. Piove, lo si sente dal sommesso fruscio sulle rocce a destra del diedro, per il momento siamo al riparo, poi si vedrá. Finalmente Marco raggiunge l´inizio della traversata. E´ una grande placca liscia, costellata da punti bianchi... un monito evidente, le scariche di sassi lasciano il loro segno. Questo enorme lastrone é inciso da una fessurina orizzontale discontinua, nella quale entrano parte delle dita, i piedi vanno tenuti appoggiati con tutta la pianta. E´ quasi un tiro di corda che richiede una razionale impostazione, per ripartire lo sforzo su tutti e quattro gli arti. Ha smesso di piovere, ma la roccia é bagnata e limacciosa. Marco inizia a traversare, con quelle sue lunghe braccia e lunghe gambe sembra un ragno, non va veloce, ma progredisce con continuitá. Si ferma, dicendo di avere raggiunto l´inizio di un corto diedro, molto svasato e strapiombante, lungo cui ha scorto un chiodo, é certo che esso porterá sotto il salto bagnato.  E´ pomeriggio piuttosto inoltrato, ora dobbiamo proprio uscire dalla parete a qualsiasi costo, un ritorno sarebbe pieno di incognite, un bivacco sotto ad una cascata d´acqua significherebbe... Marco attacca il diedro arrampicando sui bordi estremi, sale senza piantare chiodi, non é piú lo stesso uomo che due giorni prima aveva dovuto metterne due sul diedro Duelfer al Catinaccio d´Antermoia. La corda ora scorre veloce, e infatti quando raggiungo Marco, trovo una vera gradita sorpresa: una serie di gradoni coperti di detriti, che con facilitá portano sotto la cascata, dalla portata imprevista.  Come quasi tutti gli itinerari della Marmolada, anche questo sbocca in un profondo e levigato canale, che, quando non é bloccato dal ghiaccio, convoglia le acque superiori, e questa volta si aggiunge anche la fusione della neve caduta due giorni prima. Speriamo di poterle evitare in un modo o in un altro, ma non é possibile, tuttavia Marco non vuole rassegnarsi, si riposa un poco, poi sale a sinistra, su roccia strapiombante, ma dopo essersi alzato con l´aiuto di alcuni chiodi, per sei, sette metri, si lascia andare stremato, ed io lo calo lentamente al punto di partenza.  Egli mi dice di non sentirsi in grado di affrontare la cascata, e mi fa la proposta di aspettare la sera, in modo che il freddo riduca a sufficienza la portata. Tento di spiegargli con calma che cosí facendo, quel giorno, e forse mai, ne saremmo usciti...perché sicuramente il ghiaccio ci avrebbe bloccati nel canale, e sono io invece a proporgli l´unica soluzione che mi sembra logica, spogliarsi fino alla cintola, mettere gli indumenti nel sacco, per ritrovarli asciutti quando finalmente ne saremmo fuori. Marco mi guarda come se fossi impazzito e con decisione risponde ´´No, no´´. Ma io senza replicare metto in atto il mio proposito, mi carico il sacco sulle spalle, cosí mi proteggerá almeno la schiena: tolgo a Marco chiodi e moschettoni e con decisione affronto la cascata.  Avverto una oppressione quasi insostenibile, respiro con difficoltá, tanto che temo di dover desistere, ma dopo alcuni metri ho la fortuna di mettere alla cieca le mani su un chiodo, quindi su un secondo e cosí via: quest´ultimo prezioso regalo dei primi scalatori mi infonde nuove forze e mi dá la certezza che riusciro´ a superare la dura prova. E infatti, due ore dopo, sono in ginocchio sull´orlo del salto all´imbocco della gola finale. Non sento freddo, non sento la fatica, sono soltanto felice, tanto felice. Far salire Marco non é un problema, metto una corda fissa, lungo gui risale a braccia, tanto con l´acqua é diventata rigida sbarra di ferro. In breve mi é vicino, raggiante di gioia. ´´Ce l´abbiamo fatta Marino´´.  Per un tratto la gola, dopo quanto abbiamo superato ci sembra quasi pianeggiante, poi di colpo si erge, levigata e bagnata: il tratto ci impegna fortemente, ma ancora alcuni chiodi lasciati ci risparmiano energia e tempo. Siamo fuori...una rampa detritica conduce alla vetta, che folate di aria fredda annunciano imminente. Eccola, tutta bianca, bellissima, risaltare contro il blu intenso del cielo... é il momento meraviglioso, che tutti gli alpinisti conoscono e vivono...  Ascensioni con Gino Soldá di Bertoldi Ing.Franco – Tamari Ed. Bologna 1980

 

Ancora sulla Parete Sud Ovest della Marmolada :

Gino Soldá:

….Più sopra, una serie di faticosi strapiombi; roccia dura, liscia, dove i chiodi entrano a fatica, e dove è possibile procedere solo lavorando molto di appoggio con i piedi piantati contro la compatta parete. Talvolta il chiodo si leva improvvisamente, e allora, con un sussulto, giù di un paio di metri, colla speranza che almeno il chiodo inferiore tenga saldo…. Poco piacevoli certo questi voletti a 300 metri da terra, con questi chiodi così poco sicuri ! ….…. Mi sento bene allenato e procedo senza soste anche sui tratti piuttosto duri, ove la scarsezza di appigli consiglierebbe di procedere almeno con un minimo di assicurazione . Tanto grande era il desiderio di scoprire i segreti della parete, che non esitavo a passare senza piantare chiodi anche là dove capivo che il passaggio era al limite delle mie forze, ma avrebbe ceduto solo con uno sforzo estremo della volontà. Capivo, mentre vincevo una dopo l’altra le difficoltà, di essere pervenuto finalmente a quello stato di preparazione spirituale, e quasi di grazia, in cui si comprende perfettamente sin dove possono giungere le nostre forze; anche se ero convinto che, trovandomi a così grande distanza dal compagno per il procedere veloce della salita, in caso di caduta nessun miracolo avrebbe potuto salvarci dalla catastrofe. Solo così forse si comprende come io e Conforto, senza conoscere la via e senza trovare nessun segno, fuorchè un chiodo all’attacco, si sia potuto raggiungere il bivacco dei nostri predecessori in due sole ore di arrampicata….Scalatori - Hoepli Milano 1952

Sandro De Toni: 

Via Soldà-Conforto VII 650 m. Maurizio Giordani, nel suo libro "Marmolada - Parete Sud, la parete d´argento´´ introduce la via sostenendo che Soldá vi si avventuro´ senza essere all´altezza delle difficoltà che avrebbe incontrato. Non so se le cose stanno in questi termini. Io trovai la via bella e impegnativa, con lunghi tratti senza chiodi fino ad 1/3 di parete e fessure ben chiodate nelle sezioni difficili (talvolta i ferri sono poco visibili perché piantati in fratture esterne rispetto alla linea di salita). Incredibili i camini dopo la cengia: 6b+/6c in camino! Movimenti da serpi, da lombrichi, da lucertole, in una parola animaleschi (con uno zaino sulle spalle, poi...). Conclusi i camini e dopo un tiro in obliquo a destra (V+), si deve attraversare nettamente a destra (anche scendendo - non ci sono chiodi) fino alla base di una fessura (1 chiodo - necessario fare sosta). Si sale la fessura e la successiva rampa per più di 50 m. (se si hanno corde corte è meglio utilizzare la sosta intermedia che si incontra salendo) fino ad arrivare all'ultimo tiro duro (molti chiodi). Mi bruciai la libera perché arrivai al penultimo chiodo senza più rinvii e dovetti fermarmi per recuperare pezzi più sotto (a dire la verità, il passo era duro: il riposino mi fece proprio bene). Insidiosi i camini terminali: all'ultima sosta ci piombo´ addosso una scarica.     sandrodetoni.com

Sandro De Toni:

Ripetuta la via due settimane  dopo che  lo hanno fatto gli autori del  precedente commento: via  in ottime condizioni (un po' bagnata la fessura finale) e abbastanza ben chiodata (anche se per lo più con chiodi Soldà-doc). Libera su tutti i tiri (un resting per me all'ultimo passo del tiro finale). Incredibile l'effetto di 10 giorni di secco! Quanto alla via, un viaggio "oltre le porte della percezione, a testimonianza del ´´pelo´´ dei nostri nonni. Il diedro giallo dev´essere ripetuto in tre tiri. Non ci sono soste per una ripetizione in due tiri.    planetmountain.com  23 settembre 2003

Stefano Zordan:

Loro si che erano pionieri! ci tenevo a ripeterla visto che Gino era un mio paesano.   planetmountain.com  4sett2008

Giampaolo B.: 

Un altro mondo rispetto a Punta Rocca e alla parete d'argento: il sole arriva tardi e il vento soffia freddo dalla val Rosalia. La roccia non è un gran che ed i tiri più duri sono normalmente bagnati. Un calo termico ed il colatoio finale si trasforma in un toboga di ghiaccio. Chapeau agli apritori!    planetmountain.com   26 luglio 2009

Alessandro Gogna:

…Soldà tenne sempre il comando della cordata, con la scusa che non si poteva fare manovre di corda: Conforto più tardi dimostrò, con l’altro compagno di Soldà, Franco Bertoldi, di possedere anche lui grandi doti di capocordata. La salita ha termine al buio, la sera del 31, dopo una delirante lotta con gli ultimi camini ghiacciati…  Sentieri Verticali - Zanichelli Editore

Cesare Maestri:

Sulla via Soldà Conforto, aperta il 29 - 31 agosto 1936, Cesare Maestri ha compiuto, il 3 – 4 ottobre 1953, la prima ascensione solitaria. Egli annota: …Qui non si tratta di salire, ma di non cadere…Sento il piacere di arrampicare coi miei soli mezzi. Vorrei urlare al mio compagno che arrampico senza chiodi, e sono libero…   Rivista CAI 1955

Gianni Saltamacchia:

Nell'estate più asciutta degli ultimi decenni abbiamo trovato la via molto bagnata già dal diedro sottostante la prima cengia e praticamente fino in vetta.Ciò è stato forse dovuto alla fusione del ghiaccio presente internamente alle fessure per le alte temperature di quest'estate.Ne è conseguita una arrampicata molto sofferta e per niente divertente in presenza anche di una chiodatura non così abbondante da permettere una facile progressione in artificiale e non così sicura da potervi fare affidamento.La roccia non può essere peraltro definita "bella" perlomeno se confrontata con le altre vie della parete.In compenso la linea di salita è bellissima e la via merita di essere percorsa per rendersi conto di quanto forti erano gli arrampicatori dell'epoca.planetmountain.com  11 Settembre 2003

Toni Hiebeler:

Stavamo lá seduti ad un tavolo, parlando di argomenti professionali e progettando le nostre salite. Soprattutto quella della parete Sud-Ovest della Marmolada, la cui via Soldá  é da annoverarsi fra le piú difficili salite delle Dolomiti. Al tavolo vicino sedeva un signore anziano che affettava con somma cura da un salame fettina su fettina, inaffiando il pasto con lente sorsate di vino rosso. Quel signore dal viso solcato di rughe, dalla pelle simile alla pergamena, ci disse all´improvviso che egli era in grado di darci buoni suggerimenti per la parete che volevamo salire. Dovetti sembrargli un po´ settico, perché preciso´: Sí,sí, fate pure la parete sud-ovest. E´ bensí piú ardua del Pilastro Sud, ma molto meno pericolosa! Il Pilastro Sud della Marmolada é conosciuto in tutti gli ambienti alpinistici per la sua arditezza, e per questo il vecchio signore comincio´ ad interessarmi. ´´Lei conosce il Pilastro Sud?´´Sí, l´ho fatto ventinove anni fa´´. La frase era stata pronunciata dall´uomo tranquillamente, come se egli avesse parlato di un suo antico amore, e giá affettava di nuovo il salame. ´´ Ma come si chiama, per favore?´´. Il vecchio ci guardo´ con un viso indifferente, ma i suoi piccoli occhi brillavano. Prese un sorso di vino, ripose il bicchiere, disse brevemente: Micheluzzi. Prese un altro sorsetto, Luigi Micheluzzi disse ancora. Poi continuo´ a gustare il salame ed il vino. Mi ero irrigidito. Senti, senti, il grande Micheluzzi, il quale vinse nel 1929 per la prima volta quel pauroso pilastro, che aveva compiuto tante altre vie nuove e non amava mai parlare di sé stesso!. Chiesi a Micheluzzi come mai i quarti salitori, i tedeschi Stoesser e Fritz Kast avessero potuto supporre d´essere stati i primi e perché lui, che era stato il vero primo non avesse mai replicato. Luigi Micheluzzi racconto´ come, effettuata la salita, gli fosse sempre pesato sulla coscienza di avere battuto ben sei chiodi nella parete, cosa mai fatta prima! Che per questo aveva pensato di non menzionarla mai. Per questo sesto grado viene usato al giorno d´oggi un numero di chiodi almeno dieci volte superiore!. Tra cielo e Inferno - Bologna 1970

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Il celeberrimo itinerario di Gino Soldá ed Umberto Conforto sale invece il lato sud-ovest di Punta Penia. La via non é stata interamente aperta dai due alpinisti vicentini ma la parte iniziale, fino alla grande cengia mediana é frutto di due infruttuosi tentativi di Bruno Detassis e Ettore Castiglioni che si fermarono alla prima cengia. Molti sostengono che Soldá e Conforto rubarono letteralmente la via ai due alpinisti ma c´é da dire che questi ultimi due impiegarono due tentativi, di cui uno durato tre giorni, per raggiungere stremati la cengia, mentre Soldá e Conforto, ignorando il loro tragitto impiegarono poco piú di due ore per ripercorrere il medesimo tratto di parete (secondo le parole dello stesso Soldá, che avrebbe letteralmente corso, arrampicando al limite della sicurezza). Oggi giorno la Soldá-Conforto é una classicissima via delle Dolomiti con difficoltá piuttosto alte, attenuabili da numerosi tratti in artificiale. Anche per questa via si presenta lo stesso problema del colatoio finale che puo´ presentarsi ghiacciato. Lo sviluppo é di 700 metri con difficoltá di VI e A2 UIAA (o VII- in libera sulla “parete nera”.